Recensione Ugo Cattabiani - Il viaggio accettabile di Capitan Ugo

Scritto da  Lunedì, 30 Gennaio 2017 00:00

Ho una mia non so quanto personale opinione dell’arte: nasce per rappresentare la realtà. Diceva Leopardi nel suo Zibaldone che essa è più alta quando riesce ad essere più conforme al reale. Io credo però che l’arte possa anche costruire una realtà diversa, credibile quanto la realtà stessa e anzi, proprio per questo, espleti la sua naturale funzione.

La missione è creare un altro mondo, ovvero una meta-realtà verosimile e (paradossalmente) non vera che l’artista percorre nel suo divenire personale e musicale.

Nel caso in oggetto si scrive di Ugo Cattabiani. Un pezzo d’uomo alto e imponente con due mani che potrebbero stritolare qualsiasi cosa. A trovarselo di fronte incute anche un pò di timore mentre gesticola con movimenti decisi e parla o suona cullato dalla sua stessa foga.

Esprime pensieri tra il sognante ed il cinico, poi distoglie lo sguardo e smette di fissarti e guarda di lato. E’ capace di dolcezze disarmanti, di parole piene di poesia che ti scorticano la pelle del cuore.

Ottimo chitarrista, con quelle mani da falegname, o da orafo, da solo, dal vivo vale il biglietto dello show. Ottima tecnica, precisione ed espressività.

Battono due cuori in lui, uno selvaggio e pulsante, della chitarra distorta e dell’estetica Punk e un altro più squisitamente intimista, riflessivo e realisticamente malinconico.

Il tempo che passa non è un nemico ma è compagno inevitabile, ha una condizione finita per suo stesso compito. In tutti quegli sguardi e con il secondo cuore, ha scritto parole e musica di un nuovo affascinante album che illustra il suo percorso personale.

Osservando il mondo e gli affetti che lo circondano e descrivendoli con l’occhio osservante del poeta e non con l’azione modificatrice dell’uomo possente quale è.

In questo secondo cuore vi sono due ventricoli. Uno di radici e sicurezze, cantautorale e storico, sicuro; un altro di ali e fluttuazioni, contaminato ed esplorante. Il primo spazia per quasi tutto l’album, il secondo è una promessa; una interessante direzione.

Lui è il suo album, è l’affetto disincantato e realista, un trotto cadenzato sul tappeto ritmico di un treno a vapore in piena corsa.

Vista e descritta è la tenerezza malinconica, nell’album Malaccetto è La Rosa dei Venti. Ricordi, momenti, scene di vita. Parla di suo figlio; gli è dedicata, è un ritratto amorevole di attenzione e rispetto.

Il Legame è La Canzone per un Fratello, meno potente delle prime due e Mi Piace il Bar è l’accettazione di sé. Uno swing fumoso e disincantato. Odette: La certezza della fine di un amore. Tristezza che arriverà inevitabilmente perché nessuno sarà in grado e vorrà davvero cambiare se stesso e quindi le cose che gravitano attorno al sé.

Cammina da solo con la chitarra in spalla e pensieroso, un saluto ad un amico, un bicchiere di vino e via di nuovo a precipitare nell’anima e poi volare via.

Se quei tratti di pennello che ho descritto sono il frutto del primo cuore, Circe è figlia del secondo. Complessa, articolata, profonda, sognante. Un’atmosfera appena Prog, purezza elettronica che merita molti ascolti. Decollo.

L’ultimo brano, l’ultimo momento prima di stampare il disco e del momento dopo il presente è Notte di artificio. Di nuovo nel primo ventricolo. Bob della Zena. Ultima storia. La voce di Ross Volta sembra Taglia la testa al gallo.

Descrivere un essere umano mi piace. Non per forza devo conoscerlo a fondo, cerco di percepirlo e, se non riesco, racconto una storia.

Gilbert Cerbara

Accedi alla recensione sul sito Parma Musica -->

akazoo amazon apple music deezer google play itunes napster playme spotify timmusic