Recensione Malaccetto - Parma Musica (di Max Scaccaglia)

Scritto da  Martedì, 10 Gennaio 2017 00:00

Mi ritrovo proprio oggi fra le mani questo Malaccetto. Casualmente. Presso il leggendario Bar Centrale di Collecchio e direttamente dalle mani dell’autore, col quale ho condiviso parte del cammino artistico collaborando col precedente Vicolo Riccardi n.1 del 2014.

Arrivo a casa, infilo le cuffie e mi trovo proiettato nel peculiare, avvolgente mondo di Cattabiani.

Come i cantautori di talento Ugo crea e inabita un corpo sonoro ben definito, quasi chiuso. Un mondo impastato tra le sue riflessioni penetranti ma fumose, come codificate da un filtro sensibile, fin malinconico nei suoi arpeggi di chitarra, bluesman in acustico. Malinconia e introspezione quindi. In uno stile pulito, asciutto, riconoscibile. In questo lavoro sono decise e precise le coordinate di una raggiunta maturità sonora. Nell’aria il jazz, con gli accompagnamenti sulla punta della spazzola di Oscar Abelli e il sassofono (Gabriele Fava come nel precedente lavoro) diventa musa libera di vagare e alzare il lavoro dalla terra “waitsianamente” arida verso il sole (“ma il sole eccolo là”), a immagine di un paesaggio sonoro ideale, ambito e volutamente perseguito. Esattamente. Così è l’inizio del disco. Da “Malaccetto” alla “Canzone per un fratello” l’autore sceglie la via della sobrietà, ottimizzando le formazioni e le soluzioni: apre spazi ad armonie anche beatlesiane nella bellissima “Rosa del Vento”, per poi rimettere la briglia stretta dalle sue atmosfere in chiaroscuro. Piacevolissime eccezioni “Mi piace il Bar” e “Odette” con la psichedelia che si affaccia disinibita dai cori. “Lontano lontano” di Tenco fa da viatico per la seconda parte del lavoro e Ugo non ha paura ad affrontare un gigante, e lo fa con la tranquillità di chi è consapevole di aver raggiunto un buon grado di maturità stilistica, la famigerata cifra, che gli permettere di essere ad agio con se stesso in ogni situazione.

“Happy B” e “Notte d’artificio” sono due country songs, separate da “Circe” dove stavolta la psichedelia si ammanta di tensione elettronica (Maxx Rivara) per una canzone onirica che si disperde nelle nebbie di cori straniti.  In finale “Bob della Zena” un quasi folk dal respiro padano che duetta con la voce di Ross Volta.

La prima parte del disco è decisamente quella rappresentativa, quella in cui l’autore mostra una caratura di livello, la sua. Nella seconda, da “Happy B” in poi, si perde in idee forse ancora acerbe o volutamente afferrate prima che toccassero terra per non farsi ossessionare dalla perfezione e perdere umanità. Chi lo sa…

Buon lavoro a Ugo e alla maturità di un autore sempre degno di ascolto e che di anno in anno acquista spessore e senno. Come una vita non vissuta invano.

Voto 7/10

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