Recensione - Vicolo Riccardi N1 - ROCKIT.IT (di Giovanni Flamini)

Il rimando non può che essere a lui, il compianto Pino Daniele, colpevole di aver portato nel bel paese quel tanto di musica nera che bastava non solo a conferire nuovi colori alla canzone d’autore italiana, ma anche a dare adito ad una nuova generazione di musicisti ansiosi di mischiare Miles Davis con Domenico Modugno.

“Vicolo Riccardi n° 1” è il secondo album di Ugo Cattabiani, cantastorie che ruba slide guitar e riff dal blues per  mescolarli ad una vena più propriamente autorale. Ed è sempre curioso osservare come il risultato, tanto negli illustri precedenti, quanto in questo gradevolissimo album, riesca comunque ad assumere un sapore addirittura più mediterraneo di quello della tradizione. 


“Vicolo Riccardi N°1” è un album che racconta di vita vissuta, di storie origliate nel silenzio, attraverso una finestra aperta su una vita a volte crudele, ma sempre ironica. Se in molti casi la narrazione e le tematiche sono affrontate con un piglio naif, è pur vero che le liriche di Cattabiani non scadono mai nel banale, anche grazie ad un certo gusto per il gioco di parole e per l’assonanza (basti pensare all’ultimo ritornello de “La Scatola”:“senza mandibole, senza mandragole, con cento erbe e guai, senza manopole”). Più che altro, è la puzza di vino e gin emanata dai testi a farti dimenticare gli eventuali difetti e a inculcarti, soprattutto nei pezzi più andanti, quell’idea di gioco e di divertimento che sottende tutto l’album. Questi brani, però, sono quelli in cui si sente di più l’influenza oltreoceanica: quello di “Perderò” è il classico giro blues, mentre nel “Blues dell’Addio” sembra di sentire l’eco del Bob Dylan di “Blonde On Blonde”. Ma ad alternarsi alla baldoria, ci sono anche i momenti più introspettivi, quelli nei quali si raccolgono i cocci di un’esistenza che, tutto sommato, sembra disperata. In questi casi, a prevalere è il gusto per il jazz, con quell’onnipresente sax alla James Senese che conferisce alla malinconia una sfumatura alcolica e dissipata, che, alla fine dei conti, suona anche rassicurante (“Vicolo Riccardi”, “Intermezzo”, “Ballata Dell’Uomo Che Fu”). 
Il nostro cantautore trova anche il tempo di prendersi gioco dell’ascoltatore: ascoltando l’intro de “Lo Scioperato”, con la famosa citazione dell’Alberto Sordi de “I Vitelloni”, ci si aspetta la classica tirata buonista sul lavoro; e invece no. Il pezzo è strumentale, come se Cattabiani avesse deciso sul serio di scioperare dall’impegno civile. Il brano meno riuscito, invece, è “Fitzgerald”: la musica e le parole sono poco originali e, in generale, l’esaltazione dello scrittore americano scade troppo spesso nel cliché.

“Vicolo Riccardi N° 1” è un buon album, scritto e assemblato con una precisa idea non solo della musica, ma anche della vita. Un’idea accostabile, in fin dei conti, all’attitudine esistenziale di un Bukowski un po’ meno lirico e più scanzonato, un po’ meno profondo ma più caciarone, che si diverte a fare il poeta senza crederci troppo neanche lui, ma giocandosela fino in fondo perché non ha nulla da perdere. Del resto, alla fine dei conti, per citare qualcuno, è solo un trucco. 

Accedi alla fonte dell'articolo si ROCK.IT

akazoo amazon apple music deezer google play itunes napster playme spotify timmusic