Intervista - PARMA REPORT (di Francesca Costi)

Scritto da  Lunedì, 28 Dicembre 2015 00:00

A vent’anni dall’inizio della sua carriera, un nuovo singolo nato dalla collaborazione con lo scrittore milanese e un docufilm sul cantautorato italiano

Chitarrista e cantautore parmigiano, Ugo Cattabiani ha militato in varie formazioni, è stato il leader degli Ottobre Scirocco ed è attivo sulla scena musicale da due decenni. Nel 2011 ha fondato Rigoletto Records e dato alle stampe il primo album Il cortigiano. Il successivo Vicolo Riccardi n° 1 (2014) ha vinto il concorso ParmAwards nella categoria miglior disco. Nel 2015 ha partecipato al Premio Tenco di Sanremo con il docufilm Trobàr, una serie di interviste ad alcuni tra i maggiori cantautori e critici musicali italiani e nello stesso anno ha incontrato lo scrittore Andrea G. Pinketts, con il quale ha iniziato una proficua collaborazione, che lo ha portato a musicare la ballata Mi piace il bar, appena uscita.

Era il 1996 quando hai dato alla luce il tuo primo demo autoprodotto, cosa ricordi di quel periodo?

«Ho iniziato per gioco, scrivendo musica in inglese, ascoltando punk, grunge. All’epoca non mi preoccupavo, era puro divertimento. Il problema è iniziato dopo, dico problema perché mi piaceva troppo, ho fatto fatica ad accettare che quella fosse la mia vocazione lavorativa. È stato un periodo molto divertente e creativo, non vedevo l’ora di tornare a casa dalle serate per mettermi a scrivere, ho fatto tanti esperimenti in solitaria».

Il 2011 è stato un anno importante, cosa ti ha spinto a fondare Rigoletto Records, il consorzio di cantautori parmigiani di cui sei attualmente presidente?

«È nato tutto come un bluff. Dopo la parentesi con gli Ottobre Scirocco avevo iniziato la mia avventura da solista e mi resi conto di quanto fosse difficile trovare un’etichetta, i più non mi rispondevano e gli altri mi liquidavano con un: “bravo ma non ci interessa”. Io avevo un’esigenza impellente e allora ho iniziato a sviluppare il logo, che poi è stato curato da Leonardo Barbarini, quindi ho cercato di dare un senso a questa idea coinvolgendo altri artisti che potessero essere interessati. Subito doveva essere un’etichetta discografica, poi abbiamo optato per un’associazione culturale e grazie a questa formula abbiamo creato tanti eventi».

Parma è una città capace di valorizzare i suoi artisti o potrebbe fare di più?

 «Si può sempre fare di più. Non mi aspetto tantissimo dalla mia città, anche se non posso dire di non avere avuto. Abbiamo provato a collaborare con questa amministrazione comunale, abbiamo organizzato tante serate alla Casa della Musica nel 2014 ma per quanto la location fosse fantastica la promozione non è stata all’altezza. Noi siamo una realtà no profit, realizzare quelle serate ci è costato tantissimo impegno ma la comunicazione è mancata. Funziona di più il rapporto coi privati, coi locali, con loro c’è reale sinergia, soprattutto col bar Cristallo, una realtà che continua a rischiare, ma chi partecipa non se ne va deluso».

Il Cortigiano è stato considerato un album folk Made in USA. Con Vicolo Riccardi n° 1 sei stato definito un cantautore con reminiscenze di rock, blues e bossa nova. Tu come ti definiresti?

«Mi sento uno scrittore in musica, un musicista che racconta storie. Ho iniziato studiando il piano, poi sono passato alla chitarra e da lì alle canzoni. Volevo diventare un bluesman, quella dell’improvvisazione è una prerogativa che è rimasta nei miei live, poi però non tutto quello che faccio è classificabile come blues».

Arrivando ai giorni nostri, fondamentale è stato l’incontro con il poliedrico Andrea G. Pinketts, come vi siete conosciuti?

«L’ho conosciuto grazie ad Andrea Villani, un amico comune. Ero rimasto colpito da una ballata contenuta nel suo libro Mi piace il bar e iniziava a frullarmi in testa un giro di accordi retrò. Avevo appena visto Midnight in Paris di Woody Allen e ho cominciato a canticchiarne le parole. Quando ho saputo che Villani (col quale collaboro da tempo) avrebbe invitato Pinketts a Salsomaggiore per una puntata della rassegna 18e20, ho chiesto e ottenuto di esibirmi nella stessa puntata. Gliel’ho cantata in diretta e gli è piaciuta, dopodiché l’ho registrata in studio con Corrado Caruana e Alessandro Mori e adesso abbiamo in cantiere altre collaborazioni che spero possano confluire in un disco o in uno spettacolo dal vivo».

Dal lavoro cantautorale al docufilm Trobàr, cosa significa questa parola e da cosa nasce l’idea?

 «Trobàr viene dall’antica arte del trovatore, creatore di versi e di armonie. Il progetto è nato da un’idea mia e di Rocco Rosignoli e poi è stato portato avanti con il videomaker Luca Vitali. Tutto è partito due anni fa per partecipare al progetto di crowdfunding parmigiano Becrowdy. La raccolta non è andata a buon fine ma si stavano aprendo dei contatti interessanti con tanti artisti. Abbiamo intervistato Finardi, Vecchioni e altri grandi, l’obiettivo era approfondire il discorso sul cantautorato italiano e non abbiamo voluto interrompere il lavoro. Al premio Tenco quest’anno abbiamo avuto ottimi riscontri ma ancora non lo consideriamo un lavoro concluso, vorremmo raggiungesse la durata di un film per essere proiettato nelle sale».

Nell’immediato futuro cosa vedi? Un nuovo disco o magari un altro docufilm?

«Il 2016 vorrei fosse l’anno di Trobàr, vorrei farlo vedere a tutti. Ho poi ferme tantissime canzoni che mi chiedono: “e con noi cosa vuoi fare?”. Mi piacerebbe fare un nuovo disco, vorrei esplorare nuove forme di produzione artistica, sono sempre alla ricerca di nuove figure con cui collaborare che mi possano al contempo ispirare».

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